Il lutto

Psicologia e lutto

Il Lutto

Inizio questo articolo con una breve storia che arriva a noi da un Paese lontano…
C’era una volta una giovane madre di un piccolo bambino, un giorno il piccolo morì e la donna distrutta dal dolore, iniziò ad andare di casa in casa cercando una medicina che potesse restituire la vita al figlio. Ovviamente non riuscì a trovare nulla e sempre più afflitta si recò dal Buddha e chiese anche a lui un rimedio. Il Buddha disse alla giovane madre di scendere in paese e prendere un seme di sesamo in ogni casa che non avesse mai incontrato la morte. Credendo che questo fosse il rimedio, la giovane bussò di porta in porta e chiese di casa in casa, senza poter raccogliere nessun seme. Mentre tornava dal Buddha a mani vuote, si rese conto che la morte era comune a tutti e che ciò che le stava capitando era già capitato o primo o dopo a tutte le altre persone.
Con la parola lutto, dal latino luctus-pianto e lugere-piangere ed essere in lutto, si intende sia la reazione emozionale che si sperimenta quando perdiamo una persona significativa della nostra esistenza, sia il tempo che segue alla sua morte. Chiunque venga a mancare, si tratti di un figlio, un coniuge, un amico, un genitore, un fratello, un nonno, un animale a noi caro, sentiamo di aver perso una parte di noi stessi e sperimentiamo un periodo di sofferenza e difficoltà.
Il lutto è il processo fisiologico di adattamento alla perdita di un legame, il lavoro svolto nell’elaborazione del lutto è lento e doloroso e comporta un graduale abbandono, un processo lineare anche se nel suo percorso a volte si ricade in momenti bui. Nonostante la morte faccia parte del vivere, nessuno mai realmente è preparato ad affrontarla; di fronte al lutto la nostra vita sembra cambiare direzione, si avverte uno strappo da un prima dell’evento ad un dopo l’evento. Perché ci sia separazione occorre che qualcuno non si voglia separare e da qui nasce il conflitto e lo strappo della separazione, ma la perdita è per l’uomo un destino ineluttabile in ogni tappa della vita; si pensi che più di alcuni mesi nell’utero materno non si può stare, trascorsi i quali scatta l’ora di uscire e da questa in poi le perdite si susseguono una dopo l’altra, incalzanti, fino ad una grande perdita che è la morte. Viviamo perdendo e lasciando andare, la perdita è una condizione che ritroviamo e dura per tutta la vita. Di conseguenza il lutto è un meccanismo fisiologico, alla base dello sviluppo evolutivo e non dovrebbe essere in alcun modo ostacolato, esso assume il compito ingrato di far staccare gli uomini da chi/cosa era stata meta di forti investimenti. Il modello di elaborazione del lutto nell’adulto (che si diversifica da quello del bambino), che ho scelto di illustrare, è quello di J. Bowlby, qui vengono evidenziate tre fasi che normalmente si completano dopo circa un anno, esse sono:
La fase di shock e incredulità, si piange e ci si dispera oppure si resta immobilizzati e ammutoliti, la mente stordita ha un’oscura sensazione di perdita, ma mentre il nostro intelletto cercherà di ammettere la perdita, tutto il resto di noi cercherà energicamente di negarlo, lo shock infatti si associa a un meccanismo difensivo di negazione “non può essere successo..”
La seconda fase e quella del dolore, rabbia, disperazione, sensi di colpa e abbassamento dell’umore, è la più lunga e si caratterizza per il pianto, l’instabilità emotiva, i disturbi fisici, il letargo o l’iperattività, la regressione, l’angoscia di separazione. Alcune persone sono distaccate e controllate, altre piangono e si disperano, altre ancora vogliono stare da sole, o preferiscono una compagnia costante, c’è chi ne parla e manifesta i proprio sentimenti e c’è chi si isola ed evita l’argomento, in alcun casi si manifesta distacco e iper controllo, altri pur nel dolore più estremo cercano di rassicurare i propri cari, molti invece eliminano le cose che appartengono al defunto, diverse altre le conservano immutate per anni, talune vanno ogni giorno al cimitero e altre ancora lo rifuggono totalmente. Tutto diventa difficile soprattutto il rientro a casa e nei luoghi del quotidiano, ciò che era valido ieri ora non lo è più. Il dolore e il vuoto che si percepisce possono essere in parte leniti da gesti simbolici, da veri e propri riti che celebrano un ricordo della persona amata, ad esempio coltivare le sue piante, cucinare il suo piatto preferito, riguardare vecchie foto, video o oggetti cari al defunto, osservare le date importanti come anniversari o compleanni. Questi gesti rinforzano il legame, lo rinnovano, danno un preciso spazio al defunto, permettono di andare avanti senza lasciare nulla in sospeso. Non bisogna bloccare né giudicare questa ritualità, perché sentire l’esigenza di mantenere il legame è assolutamente legittimo e in molti casi terapeutico; nasce così una nuova modalità di comunicazione con il nostro caro, un modo per sentirlo ancora parte della nostra vita. Gesti e linguaggi diversi, esigenze diverse e tempi di recupero diversi, queste diversità però a volte generano incomprensioni anche all’interno della stessa famiglia.
La terza fase è dell’accettazione. La dimensione del tempo è molto importante nel lutto, all’inizio il tempo è come sospeso, ogni giorno è uguale all’altro, poi confusione, la frattura tra passato e presente proietta come un cono d’ombra sul futuro percepito come incerto e la mente salta tra i ricordi piacevoli vissuti con il defunto e il ricordo angosciante della sua morte. Infine c’è un tempo ritrovato cioè la perdita si integra nella vita, si colloca nel passato e s’inizia ad intravedere il futuro. Si accetta nonostante i sogni e le fantasie che il nostro caro non tornerà più, attraverso l’interiorizzazione egli diventa parte del nostro mondo interiore, quindi non lo perderemo mai. Anche se vi saranno ancora volte in cui lo si piangerà, sentendone la mancanza, giungiamo a un grado significativo di adattamento, recuperiamo stabilità, speranza, energia, capacità di fare investimenti nella vita per poter sopravvivere, modifichiamo il nostro comportamento e le nostre aspettative, assistiamo a un cambiamento ad una crescita.
Ci sono diversi fattori che influenzano l’elaborazione del lutto:
la dimensione soggettiva, cioè la nostra storia precedente fatta di punti di forza di fragilità, dà come percepiamo le perdite, dalla nostra età e maturità, dalle nostre risorse interne, dal nostro momento storico, da quando eravamo preparati, dalle nostre risorse, dal ruolo ricoperto all’interno della famiglia, il grado di parentela, la qualità della relazione, le caratteristiche psicologiche personali.
Il modo in cui si avvia un lutto, perché come muore il caro fa la differenza, cioè se si tratta di perdite annunciate come patologie cronico-degenerative, pazienti neoplastici, etc., oppure se si tratta di una perdita improvvisa e imprevista, senza preavviso, come succede negli incidenti, nelle morti cerebro-vascolari, suicidio, omicidio, etc. Inoltre a seconda di chi perdiamo cambiano molto gli effetti della perdita; la perdita di un coniuge non sarà vissuta come la perdita di un figlio, che sarà diversa da quella di un genitore e così via dicendo.
Il contesto sociale, l’atteggiamento di accoglienza o di censura dell’ambiente familiare e amicale, nei confronti delle manifestazioni della sofferenza influenza chiaramente il risultato dell’elaborazione del lutto; influisce sul concetto di morte anche la situazione culturale in cui viviamo noi dei Paesi sviluppati, nella nostra attuale cultura già è tabù invecchiare ancora peggio parlare della morte, il concetto di morte appare distante e non siamo più collegati con gli aspetti reali e naturali di esso.
Le fasi del lutto sono caratterizzate da emozioni diverse, repentine, profonde, ogni fase è finalizzata all’elaborazione delle emozioni che vanno colte senza critiche, non vanno bloccate cercando di distrarre chi le sta vivendo, vanno espresse non censurate, infatti non si  può superare un dolore così intenso contenendo le emozioni, una sana elaborazione non avviene mai a livello razionale con frasi del tipo “devi fartene una ragione”. Si cresce se si soffre, se si perde, se non si nasconde la testa sotto la sabbia ma si impara ad accettare il dolore non come una punizione ma come qualcosa che ha uno scopo ben preciso. Si può dire di aver elaborato il lutto positivamente quando dopo alcuni mesi/un anno riusciamo a ripercorrere le immagini, i sentimenti, le emozioni, i ricordi legati alla persona amata, con l’obiettivo di integrare la sua storia e la sua morte nella nostra esistenza, di dargli una nuova collocazione, trovare un nuovo modo di amarlo e di stare con lui. Lentamente ci si adatta alla presenza di questa assenza. Il lutto diventa il passaggio dall’amare qualcuno in presenza all’amarlo in assenza, elaborare è ricordare, è un passare attraverso la perdita, integrandola nella nostra vita e restituendo alla persona il suo posto speciale nel passato, nel presente, nel futuro. Entriamo così in un nuovo percorso esistenziale, se riusciamo a dire addio al defunto sicuri di non dimenticarlo, il passato e presente si riconnettono…allora il nostro futuro costruirà il presente e metterà a posto il passato.
Anche se generalmente il lutto viene elaborato correttamente, alcune caratteristiche personali di chi lo subisce possono influenzare negativamente l’elaborazione di questa esperienza e se ciò avviene allora il processo diventa patologico. Nel lutto cronico o patologico, non viene superata la seconda fase, cioè si resta invischiati in uno stato di dolore intenso, di rabbia, di sensi di colpa e diventa poi patologico quando non si può o non si vuole lasciare andare la sofferenza o anche al contrario quando il lutto non viene affrontato ma rinviato nello sforzo di evitare il trauma della perdita. Sono stati identificati 3 principali tipi di lutto che potrebbero protendere a divenire patologici: la perdita traumatica, il lutto conflittuale e il lutto cronico. Per perdita traumatica si intende la morte di un figlio, le perdite multiple simultanee o a breve distanza, una morte improvvisa e traumatica. Il lutto conflittuale consiste di un’ulteriore perdita quando già sono in essere precedenti lutti non risolti, oppure preoccupazioni date da problemi finanziari, o relazione negativa e conflittuale con la persona deceduta. Infine il lutto cronico che insorge per solitudine e mancanza di sostegno emotivo, relazionale, spirituale, oppure se la persona che ha subito il lutto possiede un’alta vulnerabilità psicologica e contemporaneamente non abbia molte competenze sociali, per elaborare e fronteggiare adeguatamente l’evento traumatico; in questo caso possono insorgere patologie psichiche come la depressione o sintomi ipocondriaci che tendono a somigliare ai sintomi della malattia di chi è morto.

Quando il processo di adattamento subisce impedimenti con un elevato livello di sofferenza e instabilità del dolore, in questa circostanza chiedere aiuto non significa essere deboli ma saggi, significa prendersi cura di noi.
Dedicato a tutti noi, perché tutti noi abbiamo perso qualcuno…

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